L'Archivio della Memoria della Regione Lazio - Massimo Anderson
| Video |
Massimo Anderson consigliere comunale di Roma dal 1960 al 1971 viene eletto nel consiglio regionale del Lazio nel 1970 con 24.000 di preferenza (farà parte della commissione che elaborerà o Statuto della Regione) nel 1975 verrà riconfermato nel mandato con 50.000 voti di preferenza.
On. Anderson, la Regione Lazio festeggia i suoi 40 anni. Se lei dovesse descrivere l’identità di questo ente, quali connotazioni lascerebbe emergere?
Si può affermare che la Regione Lazio abbia fatto delle buone leggi che hanno inciso sul rilancio economico del territorio, ma l’Ente regione nacque soprattutto per avvicinare il cittadino alla gestione della cosa pubblica; così non è stato. Per questi 40 anni l’Ente è rimasto sfibrato da una gestione del potere condizionata dai partiti, dalle loro correnti interne, dalle lottizzazioni, dai poteri forti, dalle corporazioni, dagli interessi partigiani, dilaniato dalle contraddizioni e dalle instabilità delle maggioranze.
E’ mancata la capacità di produrre consenso: è mancata la partecipazione dei cittadini.
Ieri i partiti erano espressione delle ideologie dell’800; oggi dal relativismo, dal nulla.
Lei è stato Consigliere della Regione Lazio dal 1970 al 1980 in una congiuntura storica molto complessa (per il nostro Paese sono gli “anni di piombo” e l’ente regionale è stato appena istituito). Potrebbe illustrare i settori più rilevanti delle politiche regionali in quel decennio?
Negli anni 70 esistevano in Italia problemi etici, sociali ed economici gravi e urgentissimi: dal mondo delle università a quello del lavoro, dal problema del Mezzogiorno a quello dell’occupazione giovanile e non, da quello della crisi economica a quello della svalutazione della lira, dal caro-vita alla dequalificazione dei titoli di studio, dalla mancata riforma sanitaria al problema dell’equo canone; dalle pressanti esigenze di una società in crisi alle concrete necessità di tutte le categorie sociali. La classe politica, spossata da crisi continue, dilaniata da lotte intestine, non sapeva dare risposte alle esigenze del Paese reale.
In quegli anni fuori dell’aula del Consiglio regionale, nella città, nelle piazze, davanti alle scuole, nei posti di lavoro esplodeva con la violenza la “contestazione anche armata”.
Non fu un fenomeno di massa; essa fallì lo scopo di mobilitare e coinvolgere attivamente quelle masse studentesche e non, che rimasero estranee al massimalismo anarco-comunista.
La contestazione fu di sinistra ed agì nella “sinistra”; nacque come critica alla metodologia ed agli schemi della “sinistra” comunista; fu una guerra in “famiglia”. Non fu un fenomeno di generazione.
Nella sua logica involuzione approdò nella lotta armata in cui si distinsero le formazioni di potere operaio e delle B.R. – che riempirono di sangue e di morte le contrade d’Italia (imitati da “strumentalizzate” frange della cosiddetta “destra extraparlamentare”).
Come erano le relazioni con gli altri consiglieri e lo scontro-confronto tra i vari gruppi politici? Quale atmosfera regnava nelle sedute consiliari, nelle riunioni di commissione e nel lavoro quotidiano?
Nell’aula del consiglio regionale inizialmente la dialettica politica si limitò al confronto-scontro, quello classico tra partiti che si consideravano avversari e non nemici. Anche perché la Destra parlamentare negli anni 60-70 era stata determinante, con i suoi voti, alle elezioni di Presidenti della Repubblica, del Governo e di molti sindaci di grandi e piccoli comuni.
La “caccia alle streghe”, la violenza, la discriminazione contro chi non era “catto-marxista” si riduceva così ad un misero paravento dietro cui si cercava di estremizzare la situazione politica per giungere al “compromesso storico”.
Il clima divenne difficile quando – contro ogni principio democratico e costituzionale – venne proclamata la nascita dell’ “arco costituzionale” che avrebbe dovuto emarginare per poi eliminare dalla vita politica milioni di elettori della destra democratica.
Il tempo dimostrerà che così non poteva essere, anche perché negli organismi istituzionali e nel Paese reale la Destra che si era aperta a vaste componenti cattoliche e liberali – la cosiddetta maggioranza silenziosa - svolgeva il ruolo dell’opposizione, contro una maggioranza di Governo che non funzionava, ma sopravviveva; sino a quando non esplose “tangentopoli”, che dissolse la D.C. ed il P.S.I. salvando il P.C.I.
Roma e il Lazio, la capitale e la regione: un rapporto complesso che gli osservatori del territorio hanno spesso stigmatizzato come “una storia a mezza via, fra quella di un capoluogo eccessivo e quella di un capoluogo inesistente”. “Roma Capitale” è destinata a divenire la ventunesima regione d’Italia?
Occorre fare alcune sintetiche valutazioni delle funzioni e competenze della regione Lazio in riferimento a “Roma Capitale” e a “Roma area metropolitana” nella fase progettuale va approfondito il fenomeno della popolazione – composta anche da migranti - che lascia la città, saltando le periferie ed organizzandosi in nuclei satellitari nell’area metropolitana; altro tema di ampia rilevanza per Roma Capitale è quello della sua organizzazione amministrativa ed urbanistica in riferimento alla nuova realtà metropolitana;rimane da definire il problema dei “poteri” che dovrebbero essere delegati – “presumibilmente” – al nuovo Ente territoriale.
Il problema della città metropolitana non è una novità da inventare, ma una realtà positiva ed esistente, che dovrà a breve termine, essere disciplinata ed operare, con la certezza che questa possa diventare un volano per vecchie e nuove attività, nel promuovere anche contributi esterni di progresso e di sviluppo in campo tecnologico, economico, sociale, energetico ed ambientale.
E’ fuori di dubbio che l’area metropolitana costituirà un vantaggio non solo per il Lazio e le sue genti, ma per l’intero Paese, soprattutto per fornire strategie di sviluppo, aprendosi sempre di più alla partecipazione delle forze produttive e sociali ed ai cittadini tutti.
Il dato positivo è rappresentato che il Lazio possiede – tra l’altro – gli elementi necessari per l’evoluzione del proprio sistema basato sulla Capitale dello Stato, quindi integrato in un sistema di relazioni internazionali evidenziando tra l’altro, l’esistenza di un patrimonio storico e culturale di valenza mondiale.



























