L'Archivio della Memoria della Regione Lazio - Piero Badaloni
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La Regione Lazio ha compiuto il suo 40° anniversario: un evento che offre lo spunto per una serie di riflessioni che ci portano inevitabilmente a ripercorrere le tappe e gli sviluppi del regionalismo italiano. Lei è stato il primo Presidente della Regione Lazio eletto nel 1995 con la nuova legge elettorale: potrebbe raccontarci la sua esperienza e “fotografare” una istantanea dello stato della Regione in quegli anni?
Parto da una premessa che è necessaria per capire come ho vissuto questa mia esperienza politica alla regione. Io non appartengo in maniera organica al mondo dei partiti, provengo, come si usa dire, dalla società civile e alla società civile sono ritornato dopo i cinque anni vissuti alla presidenza, come era giusto che fosse, una volta concluso il mio breve ma intenso impegno politico. Quando mi venne proposto di candidarmi, i partiti stavano venendo faticosamente fuori da una profonda crisi, conseguente al terremoto di “mani pulite”, e tutti avevano la necessità di recuperare la fiducia degli elettori. Non a caso anche il centrodestra aveva deciso di puntare su Alberto Michelini, giornalista come me, ex anchorman del tg1 come me, cattolico come me, con una differenza però: io proveniente dal mondo dello scoutismo, lui dall’opus dei. E lo spirito dello scoutismo me lo sono portato dietro, con la sua cultura del servizio, l’attenzione al sociale, il rispetto dell’ambiente, la tolleranza come valore da tutelare e soprattutto l’importanza delle regole, fondamentali per una convivenza civile e del tutto assenti in settori strategici della vita sociale, come l’urbanistica ad esempio, tra le competenze più importanti della istituzione regione. Ed è proprio sul recupero di queste regole che la giunta da me presieduta fra il 1995 e il 2000, ha concentrato il suo lavoro, raggiungendo importanti risultati in quei cinque anni, a volte con la leale collaborazione e a volte con un duro contrasto dell’opposizione di centrodestra, quando si toccavano interessi di parte.
Siamo negli anni Novanta e non ancora nell’era di internet e della tecnologia raffinata ed indispensabile. Ci potrebbe raccontare la sua giornata-tipo, scandita tra impegni istituzionali, professionali e personali?
La mia fortuna è stata di abitare a meno di un chilometro dalla sede della regione, cosa che mi ha aiutato a ritagliare qualche minuto in più, pochi per la verità nel corso dell’intera giornata, da dedicare a moglie e figli. Si cominciava sempre intorno alle nove del mattino, per finire, quando andava bene, alle dieci di sera, dopo le riunioni quotidiane con i capigruppo per fare il punto sull’attuazione del programma e fissare l’agenda degli impegni in consiglio regionale. E il sabato e la domenica erano quasi sempre dedicati alle visite istituzionali in provincia. I comuni del Lazio sono 376 e più di due terzi sono sotto i cinquemila abitanti. Piccole comunità che soffrono molto l’ingombrante grandezza della capitale, Roma, e che in molti casi non avevano mai visto in 25 anni, fino ad allora, un presidente della regione in visita da loro. L’accoglienza festosa era una gioia che compensava ampiamente il sacrificio di sottrarre il week end al riposo…e confesso che in questo modo ho scoperto posti incantevoli che mai avevo visto prima. La visita era anche e soprattutto utile per ascoltare, una dote fondamentale per chi vuole fare politica in modo serio, le esigenze locali, i problemi, le aspettative della comunità, per poi, una volta tornati a Roma, dare rispose adeguate. Cosa che, con tutti i miei limiti, ho sempre cercato di fare.
Come erano le relazioni con gli altri consiglieri e lo scontro-confronto con i vari gruppi politici? Che atmosfera regnava nelle sedute consiliari e nel lavoro quotidiano?
Per chi, come me, e come ho già detto, viene da fuori quel mondo così particolare come la politica, non è stato facile entrare in dinamiche spesso incomprensibili. Lo confesso senza vergogna per la prima volta, a distanza di così tanto tempo, perché ero abituato a percorsi meno tortuosi per arrivare in porto nella mia professione di giornalista, momentaneamente appesa a un chiodo per evitare conflitti di interesse. Invece il rito del bilancini e controbilancini fra un gruppo e l’altro della maggioranza per raggiungere un compromesso ogni volta, sull’obiettivo da raggiungere, era estenuante ma necessario. Anche con l’opposizione. L’ho capito subito e mi sono adattato, cercando di costruire un clima sereno nei rapporti interpersonali, superando piccole e grandi gelosie interne, arrivando quasi sempre a far prevalere alla fine il bene comune sugli interessi dei gruppi. Ricordo con piacere, nonostante siano ormai passati tanti anni da quella esperienza, consiglieri, dirigenti e funzionari che hanno lavorato con entusiasmo con me, persone di grande valore e onestà intellettuale e non solo, dell’uno e dell’altro fronte politico. Abbiamo eliminato con coraggio e determinazione tante sacche di corruzione in settori delicati di competenza regionale, rischiando in alcuni casi anche la vita, senza speculare su queste difficoltà, ma sopportandole con umiltà e grande senso del dovere.
L’evoluzione della normativa regionale ha raggiunto negli anni del suo mandato una buona espansione nell’ambito della sanità pubblica, della protezione sociale e dell'occupazione, per citare alcuni dei più importanti settori. Qual è il suo giudizio in merito alla produzione legislativa in quegli anni? Si poteva fare di più?
Si poteva fare di più…certo che si poteva, sarebbe disonesto dire il contrario. Ma questo vale per tutti e sinceramente il bilancio complessivo dei risultati raggiunti in cinque anni lo considero più che positivo. Dalla sanità, dove abbiamo progressivamente ridotto il buco nero del debito senza stravolgere la rete strutturale di assistenza, grazie alla dedizione e alla saggezza di tutto lo staff dell’assessorato, (un nome per tutti che ricordo volentieri e con tanto affetto, Silvio Natoli), al settore urbanistico, dove ha lavorato con lena e professionalità Salvatore Bonadonna, che ha varato una storica legge per rimettere ordine in un territorio antropizzato in maniera selvaggia fino ad allora, alla faccia di chi riteneva rifondazione comunista una forza politica solo di lotta e non di governo. Penso alla formazione professionale dove Piero Lucisano ha fatto pulizia e portato efficienza, utilizzando tutti i fondi messi a disposizione dall’Europa, anzi andando come si dice in overbooking, cosa mai successa fino ad allora e nemmeno dopo, per quanto mi risulta. Penso alla tutela dell’ambiente, con un’altra storica legge varata dal consiglio regionale sotto la sapiente regia di Giovanni Hermanin, la legge istitutiva dei parchi regionali. Penso infine al settore dei trasporti extraurbani, il dramma dei pendolari, risolto brillantemente da Michele Meta e alla soddisfazione di aver convinto il sindaco di Roma, Rutelli, a dedicare una parte dei fondi straordinari per il Giubileo, anche ai centri religiosi al di fuori della capitale. Ma tutto questo evidentemente non è bastato a riconquistare la fiducia dei cittadini laziali nel 2000, quando a vincere le elezioni è stato Storace. Va bene lo stesso, perché questa, bellezza, (parafrasando una celebre battuta di un film), è la democrazia…
Il dibattito politico negli ultimi anni si è incentrato sul futuro assetto di Roma Capitale. La materia è estremamente delicata, in quanto mette in gioco i destini e il futuro non di una città, Roma, ma del Lazio intero e dei suoi abitanti. Un rapporto complesso che gli osservatori del territorio hanno spesso stigmatizzato come “una storia a mezza via, fra quella di un capoluogo eccessivo e quella di un capoluogo inesistente”. Lucio Gambi, in un saggio composto all’inizio degli anni ‘70 sulla transizione in Italia “da città ad area metropolitana”, prende in considerazione il caso romano quale riferimento amministrativo per eccellenza, collocandolo tra i “poli coordinatori di regioni funzionali non adeguatamente formate”. Qual è il suo orientamento per una proposta a riguardo? In che modo “Roma Capitale” ha influenzato positivamente e negativamente la politica regionale? E poi c’è la riforma di Roma Capitale. Quale, dunque, il ruolo di Roma? Sarà la ventunesima Regione d’Italia?
Roma capitale, Roma regione autonoma, il dibattito va avanti da anni e temo proseguirà per altri anni senza una conclusione perché i tempi della politica sono lentissimi. Ma se devo dire la mia, visto che sono tornato a fare il mio vecchio mestiere di giornalista, dopo l’esperienza politica alla regione Lazio, sinceramente penso che non sia un tema che appassiona i cittadini, semmai i partiti. Se vedo come hanno risolto il dilemma in altre nazioni, come la Spagna, dove attualmente lavoro come corrispondente della Rai, eviterei di seguire la stessa strada. Nella capitale del paese, esiste un sindaco della città, e a pochi edifici di distanza risiede e lavora un presidente della Comunidad, cioè la regione di Madrid. Ogni giorno ci sono questioni, conflitti di competenza, snervanti polemiche e in caso di grane odiosi scaricabarile fra l’uno e l’altro per addossare la colpa dei fallimenti. E questo nonostante i due appartengano allo stesso partito, quello popolare. Fate voi…



























